L’immaginazione al potere con Alessandro Calizza

2013, ROMEUR Academy.
Intervista di Chiara Cacciotti

Il giovane artista ci parla dei suoi progetti e del Pop Surrealism

Nato nello stesso anno di Ken il Guerriero e del primo cinepanettone della storia (come afferma simpaticamente lui stesso nel suo sito), Alessandro Calizza è un giovanissimo artista che vive e lavora a Roma. Pittore e studente di incisione presso la Scuola delle Arti e dei Mestieri San Giacomo, nonostante la giovane età ha già alle spalle un curriculum di tutto rispetto: le sue opere sono state esposte, oltre che nella capitale, a Torino, Napoli e Venezia. Nel 2011 ha inoltre realizzato le scenografie per due videoclip musicali del gruppo Cor Veleno (uno di questi con la presenza di Elio Germano come protagonista). Siamo andati ad intervistarlo in occasione della sua ultima esposizione, presso la Galleria Opera Unica di Roma.



Una domanda più “generale”, prima di iniziare. Cosa rappresenta per te il Pop Surrealism e che contributo pensi che possa regalare al variegato panorama artistico contemporaneo?
“Per prima cosa va fatta una piccola distinzione tra quello che è il Pop Surrealism in Italia rispetto all’estero. Non ho chiaro neanche io quale sia l’esatta forma in cui questa corrente di origini americane sia poi arrivata qui da noi: al suo interno c’è veramente tanto, al punto che tanti artisti e galleristi hanno a volte remore ad usare questo nome per l’Italia, anche perché poi una corrente dovrebbe essere unita da determinati fattori mentre ancora non è chiaro cosa sia che unisca artisti che apparentemente hanno ben poche affinità.
Poi, a volte per necessità di etichetta altre volte perché realmente ci sono una poetica e una visione dell’arte comune, questi vengono accostati al Pop Surrealism. Ad ogni modo è un discorso complesso e che non mi sento in grado di definire in poche righe. Il contributo che può dare “al di fuori” è comunque grandissimo. Finalmente c’è un modo di fare arte che dà una forte sferzata in avanti a quello che è stato fino ad oggi in Italia, dove siamo per cultura ancora legati soprattutto a quella che è l’arte povera o l’arte concettuale. Dico “ancora” non perché quest’arte non abbia più valore, ma perché lo ha avuto per il tempo in cui è nata e cresciuta e forse ora non rappresenta più quello che ci circonda, mentre queste nuove tendenze credo riescano a cogliere e a rappresentare meglio i paradigmi che viviamo oggi”.

C’è dunque un legame con il “vecchio” Surrealismo?
“C’è sicuramente un forte nesso, perlomeno per quel che riguarda il mio lavoro. Anche se io il Surrealismo lo vedo più come un ‘nonno’ a cui voler bene che un genitore troppo invadente. Il problema del Pop Surrealism, ma più precisamente dell’immagine che se ne è data nel nostro Paese, credo sia però quello di venir associato non tanto a precedenti correnti delle quali ha effettivamente raccolto parte dell’eredità, quanto ad una dimensione più frivola e vuota di contenuto del’arte. Questo però è un errore più di giudizio che altro, perché si può anche dipingere servendosi di determinati codici e linguaggi, ma ciò non vuol dire che l’opera non contenga un forte messaggio. Anche se purtroppo va detto che a volte capita di ritrovarsi di fronte ad opere che poco hanno oltre che essere gradevoli alla vista, ‘carine’ e magari ben dipinte”.

L’opera che presenti per questa occasione si intitola “Don’t let them catch us”. Com’è nata quest’idea e perché l’ausilio del videoproiettore?
“Quest’idea è nata insieme a Simone Memé, videomaker romano davvero molto bravo. Dal momento che le mie opere secondo molti ricordano cartoni animati o addirittura  videogames mi era già capitato che mi venisse proposto di animarli. Stessa cosa che è successa con Simone quando ha visto le mie opere nello studio di San Lorenzo, e visto che l’idea mi aveva sempre incuriosito, perché non provare? La videoproiezione mi ha permesso di giocare a stimolare ancora di più con la percezione di chi guarda l’opera, cosa fondamentale nel mio lavoro. Poi c’è stata Carlotta Monteverde con Takeawaygallery che ha subito appoggiato l’iniziativa. Ne approfitto per ringraziare, oltre a loro appena citati, anche Romana Telai di Fausto Cantagalli e la Ditta G. Poggi per il prezioso sostegno che hanno dato a questa mostra”.

In quest’opera non è presente il tuo personaggio/avatar Snub. Come mai questa scelta?
“Me lo hanno chiesto in molti e me lo sono chiesto anche io. Snub è sicuramente uno dei personaggi centrali nelle mie opere o quantomeno uno dei primi personaggi ad esservi comparso. Al suo fianco però ci sono anche vermoni, funghi, insomma tutti quei personaggi utili a costruire di volta in volta storie diverse. Forse dopo aver lavorato molto con quella figura e aver anche un po’ capito meglio per me cosa significasse, mi è venuto naturale concentrarmi su questi altri personaggi per approfondirli e poi poterli intrecciare tra loro e creare nuove storie. Oltretutto trovo molto rischioso legarsi ad un personaggio solo, non è quello che voglio: lui è uno dei personaggi, sicuramente uno dei principali, ma non l’unico”.

Hai affermato che “non lasciare che ci prendano” è inteso come “primo passo per poter reagire a un sistema (sociale, culturale, familiare, personale) che non condividiamo”. Credi che l’arte possa rappresentare un mezzo efficace per reagire alle imposizioni del sistema in cui viviamo o piuttosto un modo per fuggire e rifugiarsi da esso?
“Credo che possa essere piuttosto lo stimolo ad una reazione. L’arte, per chi la fa, è già una reazione al sistema, perché è il proprio modo di dire la propria, di ‘scendere in piazza’, così come c’è chi lo fa attraverso un giornale, un libro, una canzone o una manifestazione. Questo non significa quindi fuggire dal sistema, perché ciò significherebbe isolarsi. Le vie di fuga sono altre, fare arte è voler esporre le proprie idee, far sì che arrivino alle persone. Per gli altri può essere dunque uno stimolo alla reazione, può porre l’attenzione sul messaggio che vi è contenuto, e trovo che questo sia il primo passo per far sì che poi anche altre persone possano riflettere sul tema e magari prendere la loro posizione”.

Da questo quadro animato e da altre tue opere s’intuisce che assegni un ruolo fondamentale all’immaginazione. Che ruolo ha avuto quest’ultima nel tuo percorso come artista?
“Per me è fondamentale in quanto quello che è alla base di tutti i miei lavori è proprio trasporre ad un livello favolistico ciò che noi viviamo quotidianamente, esattamente come facevano le storie: mi vengono in mente i fratelli Grimm o altri, che usavano mondi immaginari per parlare del nostro grazie al filtro dell’immaginazione. Penso che senza capacità immaginative e quindi senza rielaborazione di ciò che si vive sia molto difficile portare avanti una propria ricerca artistica. Per quanto mi riguarda è decisamente il motore che muove tutto, altrimenti credo sarei paralizzato!”

Parallelamente a questo appuntamento sei in esposizione fino al 5 maggio a Venezia presso l’Officina delle Zattere con Surreality Show, il progetto curato da Sofia Miccichè. Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
“Ad aprile, sempre grazie a Takeawaygallery, ci sarà una mostra a cui partecipo a Leuven (Belgio) per l’inaugurazione della nuova sede della galleria. Poi in realtà ci sono diversi altri progetti in programma, ma per scaramanzia non dico niente finché non vedo tutto nero su bianco!”.